Questa storia inizia nel marzo 2023, a Sandigliano, in località Boscazzo. Durante una passeggiata, Luca De Rosa si ferma sui gradini di una piccola chiesetta. È stanco, si siede, guarda intorno. E nota qualcosa che molti non avrebbero nemmeno visto. Tra il cemento e i gradini spuntano dei lunghi polloni di fico. Nulla di speciale, all’apparenza. Destinati probabilmente a essere rimossi da lì a poco. Senza attrezzi, senza un vero piano, decide di tirarli via. Un gesto semplice, quasi istintivo. Ma succede qualcosa. I polloni vengono via con piccole radici. Abbastanza per provarci. Una volta a casa li mette in acqua. Passano le settimane e, contro ogni aspettativa, iniziano a sviluppare nuove radici. È il primo segnale. La pianta risponde. Ed è lì che nasce l’idea. Con audacia, i due polloni vengono legati attorno a una roccia. Non è ancora un bonsai. È più un’intuizione. Ma già si intravede qualcosa. E soprattutto le piante non mollano. Continuano a spingere, a crescere, a vivere. Dopo circa un anno e mezzo, la risposta è evidente. Le piantine corrono. Sono forti, vigorose, pronte per essere portate verso una visione più chiara. Ma è qui che iniziano le difficoltà vere. I rami sono elastici, ma estremamente fragili. Troppo giovani per essere lavorati con le tecniche classiche. Legare diventa rischioso. Serve un’alternativa. Arriva un piano B. Utilizzando rafia e filo, senza avvolgere direttamente i rami, Luca costruisce una struttura esterna che guida la crescita. Con piccoli nodi di rafia e una gestione attenta delle tensioni, riesce a piegare e avvicinare progressivamente le piante alla roccia. Un lavoro lento, complesso, fatto di tentativi e aggiustamenti. Parallelamente, si apre un’altra sfida capire come gestire la ramificazione del fico. Un’essenza generosa, ma non banale da controllare. Il confronto con contadini, lo studio su libri e l’approfondimento continuo diventano parte integrante del processo. Passano i mesi. Poi gli anni. Dopo due anni arriva il primo vero vaso. Al terzo anno, la pianta trova finalmente la sua dimensione definitiva, in un vaso tondo dalle tonalità verdi, in equilibrio con la composizione. È in quel momento che tutto si allinea. Non solo nella forma, ma nel significato. Luca decide di chiamare questa opera “Zuyosa”, parola giapponese che significa perseveranza. Un nome che non nasce per estetica, ma per esperienza diretta. Perché questa pianta non è stata semplice. Non è stata immediata. Non è stata mai “comoda”. Ma non ha mai mollato. E, alla fine, nemmeno chi l’ha coltivata.